Stranger Things 3, la recensione di OneCinema

Dopo un’attesa di quasi due anni, Netflix ha finalmente distribuito le otto puntate della terza stagione di Stranger Things, una delle serie più amate che la stessa piattaforma ha nativamente prodotto. L’aspettativa nei confronti di queste puntate era spasmodica, e si può dire che sia stata ben ripagata dai fatti.

Stranger ThingsI fratelli Duffer hanno imbastito la terza season di Stranger Things in maniera piuttosto differente rispetto alle prime due. Se, infatti, negli scorsi anni gli avvenimenti tutto sommato erano distesi su lassi di tempo piuttosto prolungati, permettendo così alla storia di prendere corpo e ai personaggi di respirare e di caratterizzarsi più che adeguatamente, stavolta tutto viene compresso in un modus operandi frenetico, che cerca di mantenere il ritmo sempre altissimo.

Riguardando soprattutto alla prima stagione, il citazionismo ai cult degli anni ’80 era talmente marcato da essere praticamente intessuto all’interno della stessa trama: non a caso c’era un vero e proprio “effetto Jaws”, da survival che omaggiava i vari “Lo squalo” e tutti i film di sopravvivenza venuti in seguito, come “Tremors”, “Pitch Black” o altri ancora.

Comprensibilmente, Stranger Things non poteva più mantenersi su quegli standard, per quanto confortanti: i protagonisti più giovani sono cresciuti, altri personaggi (con poche, sfortunate eccezioni) si stanno sviluppando, e di conseguenza anche la storia si è estesa diventando più grande, più importante e stratificata.

Ciò che fa storcere maggiormente il naso è l’antagonista di turno: senza fare neanche troppi spoiler – in quanto la cosa viene resa evidente molto presto – i fratelli Duffer ripropongono il cliché dello scontro fra Stati Uniti e Unione Sovietica (è pur sempre il 1985, nel pieno della Guerra Fredda), in cui i primi rivestono naturalmente i ruoli di paladini della giustizia, mentre i secondi sono la malvagia organizzazione che rischia di distruggere il mondo.

Una scelta percepita come poco felice anche dal pubblico, con il solito, evitabile patriottismo americano. Tutto fortunatamente scompare dietro il grande impatto emotivo che gli episodi riescono a regalare, soprattutto sul finale. L’epilogo in effetti è una escalation continua di emozioni, dal retrogusto più amaro che agrodolce, che toccano il cuore dello spettatore regalando l’immancabile cliffhanger che farà da ponte ad una eventuale quarta stagione. Che, speriamo, non si faccia attendere troppo.

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