Disincanto, la recensione di OneCinema

Sulla piattaforma di Netflix è stata finalmente pubblicata la prima stagione di Disincanto, nuova serie animata di Matt Groening, attesissimo evento di questa estate. Un progetto che, tuttavia, fin dagli inizi ha palesato delle notevoli differenze rispetto alla precedente produzione del “papà” de I Simpson e Futurama, trovando sfogo in una saga dal retrogusto più fantasy che medievale, e di natura ad ampio respiro anziché episodica.

Disincanto Matt GroeningUn cambiamento, rispetto a quelle che presumibilmente erano anche le aspettative di chi si era affacciato alla serie come fan della famiglia più gialla d’America, che a più riprese finisce per spiazzare lo spettatore. In questo senso, effettivamente, in alcune parti Disincanto rischia di incarnarsi a tutti gli effetti nella dicitura latina del nomen omen: un disincanto di nome e di fatto, che risulta inevitabile se vi si approccia con un certo carico di prospettive, memori per l’appunto delle altre serie di groeninghiana memoria.

Groening, in effetti, pur non svincolandosi del tutto da alcune delle prerogative più classiche della propria tradizione, prova a cimentarsi in una tipica produzione Netflix, stravolgendo molti aspetti fondamentali dei propri precedenti lavori. Ci si trova così di fronte ad una prima stagione da dieci episodi, della durata di quasi mezz’ora ciascuno, mentre una seconda season con la medesima quantità di puntate è già stata annunciata in via ufficiale. Uno stile, insomma, molto differente rispetto a quello, dalla mentalità più televisiva, cui si era abituati con I Simpson e Futurama.

Partendo dai punti positivi, va ammesso che Disincanto presenta una componente estetica di assoluto pregio, e dal punto di vista tecnico, tolta una colonna sonora poco ficcante, è davvero difficile trovare qualche difetto al team di Groening. Discorso che vale a maggior ragione guardando la serie su un grande schermo, e con risoluzione a 4K: il fittizio regno di Dreamland, ove si svolgono principalmente le avventure della principessa Tiabeanie e degli altri personaggi, in alcune inquadrature risulta a dir poco immenso, ed un sapiente utilizzo del computer aiuta non poco ad instillare credibilità all’ambientazione fino a renderla quasi immaginifica.

La stessa scelta del mondo fantasy, benché tradisca in parte le premesse iniziali (non si può parlare di “passato” vero e proprio, quanto di universo alternativo), sicuramente conferisce un certo fascino al tutto, oltre a fornire numerosi spunti e parecchie risorse da sfruttare anche in vista del futuro. Al netto di questi aspetti, tuttavia, la decisione di trascinare Disincanto nel politicamente scorretto, territorio in cui Groening si è più volte districato in passato, ma mai troppo in profondità, risulta essere spesso infelice e decisamente non funzionale a dei personaggi fin troppo aspri e borderline.

Le difficoltà dello spettatore nell’empatizzare con i protagonisti della serie, infatti, rendono di conseguenza complicato empatizzare con lo show stesso. Se, diversamente da quanto accadeva negli anni ’90, l’animazione moderna tende a prediligere antieroi dotati di una morale piuttosto dubbia, in questo caso essa pare addirittura eclissarsi del tutto, spianando la strada a situazioni che talvolta sfociano quasi nell’imbarazzo o persino nell’irritante.

Situazione alla quale contribuisce anche la componente comica, particolarmente ridotta e con gag mai realmente incisive: queste talvolta così sottili, e malamente inserite nelle tempistiche, da non riuscire a solleticare neanche la sensibilità dei palati più fini. Una scelta dunque che, pur se compatibile, in alcuni casi, al contesto nel quale la serie è trapiantata, risulta essere veramente poco felice, specialmente a fronte dell’eccessiva durata dei singoli episodi: non di rado capita persino di annoiarsi, con una narrazione lenta e incapace di trovare conforto in quello che dovrebbe essere uno dei suoi maggiori punti di forza.

Si finisce, così, per scivolare sui circa 300 minuti di questa prima stagione di Disincanto, tra scorrettezze di vario tipo, eccessi di alcol e droghe, rapporti decisamente incrinati, e la sensazione di trovarsi di fronte ad una serie diversa da quel che vorrebbe essere davvero. Ma con un finale che va tuttavia in crescendo, e che lascia allo spettatore un cliffhanger che tiene aperte le porte della speranza in vista delle stagioni future, e viva la curiosità dello spettatore.

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  1. Cris Reply

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