BoJack Horseman stagione 5, la recensione

È dunque uscita, su Netflix, anche la quinta stagione di BoJack Horseman, una fra le più celebri e amate serie televisive prodotte e diffuse proprio dalla nota piattaforma di streaming. Pur essendo nata soltanto nel 2014, BoJack Horseman è già divenuta una delle serie cult dell’animazione moderna, e, dopo una piccola flessione accusata nella quarta stagione, c’erano aspettative altissime per la quinta season. Che, effettivamente, non ha tradito le attese. Secondo i produttori, i dodici episodi diffusi a settembre 2018 sarebbero stati fra i migliori prodotti fin qui, e ad oggi possiamo dire che tale previsione si è poi tradotta nella realtà.

BoJack HorsemanUna stagione, la quinta di BoJack Horseman, che ha nuovamente dedicato molto spazio all’evoluzione dei vari personaggi del roster, molti dei quali oramai svincolatisi dall’antico ruolo di comprimari, per assurgere, piuttosto, a delle parti da protagonisti veri e propri. Troviamo, così, un importante step nel personaggio di Diane, che dopo essersi liberata dalla zavorra che l’ha tenuta ancorata nelle stagioni dell’ultimo biennio, ha finalmente dato importanti segnali di risalita.

Se, com’è comprensibile da questo discorso, in alcune puntate si sono registrati dei fisiologici alti e bassi, in generale il livello è stato molto alto, ed almeno un paio di episodi in particolare rimarranno, presumibilmente, nella memoria degli appassionati della serie.

Si pensi, ad esempio, a “Churro gratis”, puntata che funge da spartiacque dell’intera stagione, capace di tramutarsi in un monologo che si dipana dagli attimi iniziali a quelli conclusivi dell’episodio: un unicum non soltanto nella storia dell’animazione, ma, più in generale, probabilmente anche in quella delle serie televisive. Il tutto mentre si sfocia in un finale nuovamente capace di affacciarsi all’affascinante mondo della metanarrazione, con un cliffhanger che avvicina sempre più il personaggio di BoJack Horseman a quello del dottor Gregory House, altro archetipo miliare della storia televisiva: solo meno scontroso e brillante, e più rassegnato alla propria depressione.

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